venerdì 15 dicembre 2017

Sopravvivere al Natale (quando si diventa tristi)


Il periodo di Natale è iconograficamente caratterizzato da gioia ed entusiasmo, con luci, colori, regali e pensieri positivi verso le altre persone.
Tutto ciò può risultare particolarmente pesante per chi si è trovato nei mesi precedenti, o addirittura nello stesso periodo, lutti, separazioni, difficoltà economiche e malattie. Per le ovvie emozioni che ci si trova a gestire, diventa molto difficile sentirsi in sintonia con il clima generale, oggigiorno reso ancora più pesante dai media di quanto sia sentito in realtà dalle persone stesse.

Sentimenti come tristezza e malinconia possono prendere il sopravvento, soprattutto quando si sentono le musiche natalizie o ci si trova nel mezzo della frenesia per gli acquisti. Più che domandarsi il perché di questi stati emotivi, secondo me diventa fondamentale trovare una adeguata strategia per affrontarli. Come? Innanzitutto bisogna focalizzarsi su quello che si ha. Senza raggiungere i livelli di ottimismo insensato alla “Sindrome di Pollyanna” (protagonista di un libro che faceva il “gioco della felicità”, trovando i lati positivi in qualsiasi situazione e ignorandone qualsiasi altro negativo), si può comunque lasciare scorrere nella propria mente i pensieri ostili, accettandoli per quello che sono, ovvero pensieri e niente più. Mancherà sempre una certa persona che non potrà essere presente, mancheranno comunque i soldi laddove non si ha un lavoro, mancherà comunque la salute se si è malati. Arrovellarsi su questi pensieri non cambierà certamente lo stato dei fatti, ma sicuramente contribuirà a rendere interminabili i prossimi giorni; accettarne invece l’esistenza e l’importanza, senza però necessariamente renderli parte di sé, può diventare realmente utile. Fatto questo, è decisamente meglio concentrarsi su quello che si sta vivendo, sulle persone con cui si può condividere questo periodo o su cosa si può fare. Probabilmente non sarà un Natale da film o come quando eravamo bambini, ma potrà essere comunque un buon Natale.

mercoledì 27 settembre 2017

Ore e ore a studiare: è giusto così?

Il tempo che un ragazzo / bambino impiega per eseguire i compiti a casa non sempre è direttamente proporzionale ai risultati. Se tuo figlio torna a casa da scuola, mangia, guarda i Simpson per una mezz'oretta e poi si dedica un'ora o due allo studio, senza poi guardare più i libri e poi nelle verifiche ottiene un buon esito, non vuol dire che non si impegna abbastanza, anzi. Semplicemente ha un metodo di studio efficace, che gli permette di avere un equilibrio nelle tempistiche da dedicare a uno studio efficace e al divertimento. 
Viceversa ritengo sempre un campanello di allarme il fatto che un bambino, magari già dalle elementari, passi la maggior parte del suo tempo a casa chino su libri e quaderni. Tale allarme ovviamente si intensifica se i voti nelle prove sono bassi. In questi casi consiglio un approfondimento specifico sugli apprendimenti scolastici, per comprendere se sono presenti difficoltà specifiche e lavorare così su quelle. In ogni caso diventa molto utile anche un percorso specifico sul metodo di studio. Il tutto con una sola finalità: ridurre al minimo la fatica. In questo modo tuo figlio potrà vivere più serenamente la scuola ed avere anche il tempo per riposarsi e potersi divertire come preferisce.


giovedì 23 marzo 2017

La diagnosi non fa paura

Capita sempre più spesso di trovarmi davanti a bambini e ragazzi con difficoltà in diversi ambiti (comportamento, abilità scolastiche,ecc.): la cosa è abbastanza ovvia dal momento che lavoro nell'ambito scolastico e del settore giovanile sportivo.
Nella situazione in cui la difficoltà viene riconosciuta, approfondita ed eventualmente diagnosticata, il bambino viene "assolto" da colpe che non ha, come ad esempio disattenzione, svogliatezza, disimpegno, ineducazione. Chi si trova a gestirlo ed a lavorare con lui, sa quali possono essere i punti critici del ragazzo e si comporta di conseguenza, focalizzando l'attenzione su altre caratteristiche da potenziare e non andando a minare nè l'autostima del minore nè la propria di figura educatrice efficace.
Purtroppo invece spesso prevale la "strategia dello struzzo": il genitore minimizza il problema del figlio, lo nega oppure cerca origini differenti da quella reale, attribuendone la colpa a fattori esterni. Questo perchè ammettere che la propria creatura possa avere caratteristiche differenti da altri viene vissuto in maniera negativa oppure si pensa che in seguito ad una diagnosi possa nascere discriminazione.  In realtà, il bambino è già discriminato, dal momento che viene spesso additato con connotazioni negative che col tempo portano ad un abbassamento di autostima, emarginazione o derisione da parte dei pari o di chi se ne deve occupare, oppure addirittura ad un acuirsi del suo disturbo. Il clima che circonda il bambino è tutt'altro che positivo, alimentando un suo disagio sempre maggiore che con il passare del tempo e con l'adolescenza non può sicuramente migliorare.
Accettare il proprio figlio nella sua interezza, incluse le difficoltà, e cercare soprattutto di aiutarlo andando a capire ed approfondire i suoi problemi può essere quindi estremamente risolutivo.

venerdì 14 ottobre 2016

COSA CAMBIA QUANDO MIO FIGLIO HA UNA DIAGNOSI DI DSA _ Una rosa è sempre una rosa

Quando si parla di disturbi specifici dell'apprendimento, spesso passa in secondo piano il vissuto del genitore. In realtà si tratta di una annosa questione, dal momento che alla diagnosi spesso si accompagnano per questa figura dei vissuti di rabbia verso se stessi, frustrazione, sensi di colpa, tristezza. Questo perchè, pur con la consapevolezza che il proprio bambino ha delle difficoltà, si pensa sempre che siano superabili, che dall'iter diagnostico emerga che è qualcosa che passerà. Il confronto con la realtà, rappresentata da una definizione, è spesso duro da accettare.
Innanzitutto bisogna pensare che il fatto che il proprio figlio abbia un disturbo di apprendimento è come se avesse gli occhi azzurri in Italia: è qualcosa di meno comune, ma non per questo raro. Inoltre, spesso per gli occhi chiari ci si sofferma sulla particolarità cromatica e non sui fastidi ad essi connessi (ad esempio una maggiore fotosensibiltà), che solo chi non ha gli occhi scuri è in grado di rilevare. Allo stesso modo, una diagnosi, per esempio, di dislessia è una peculiarità: non la hanno tutti, ma per questo non è una rarità. Il fatto che ci si soffermi su ciò che non sa fare andrebbe trasformato in un'attenzione per ciò che il bambino è in grado di fare meglio degli altri, così come per gli occhi azzurri ci si sofferma a osservarne la peculiare bellezza ignorandone la delicatezza. La diagnosi diventa quindi un supporto come un paio di occhiali: aiuta a superare una difficoltà a livello strumentale.
Ovviamente il mio non vuole essere l'elogio di un disturbo, ma mi piacerebbe che ci si focalizzasse sugli aspetti positivi, soprattutto con i propri figli. La diagnosi non lo rende diverso, è e sarà sempre il nostro stesso identico bambino. O forse no: sarà più sereno, perchè quando non riuscirà a portare a termine tutti i compiti entro l'ora di cena o non riuscirà a ricordarsi una determinata regola matematica necessaria alla risoluzione di un problema, potrà avere supporti adeguati sia a livello tecnico sia a livello mentale (dispense dallo svolgimento di tutti gli esercizi, formulari, ecc.).
Quindi, cara mamma, caro papà, non farti colpe, così come non te ne sei fatte per il colore dei capelli o la forma del naso di tuo figlio. Semplicemente, ha una caratteristica in più che prima non conoscevi e quindi non sapevi come gestire. In fondo, come disse Shakespeare:
"Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo".